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Donne contro la guerra. Donne per la pace

a cura di

Elda Guerra, Elena Musiani, Fiorenza Tarozzi

Pubblichiamo questo saggio, già apparso in “Bollettino”, con l’inserimento della
riproduzione di fonti di stampa coeve, oggi in parte rintracciabili presso la Biblioteca Italiana delle donne.
Il lavoro presenta i primi risultati di una ricerca su Tradizioni politiche, scientifiche, artistiche e sapienziali delle donne condotta da Elda Guerra, Elena Musiani, Fiorenza Tarozzi e sostenuta dall’associazione Orlando e dall’assessorato alla cultura della Regione Emilia Romagna. Elsa Guerra si è in particolare occupata dei congressi suffragisti internazionali, Elena Musiani dell’area tedesca e francese e Fiorenza Tarozzi di quella italiana.

Noi, le donne del mondo, vediamo con apprensione ed angoscia la situazione presente in Europa che rischia di coinvolgere l’intero continente, se non l’intero mondo, nei disastri e negli orrori della guerra. In questa terribile ora, quando il destino dell’Europa dipende da decisioni che noi donne non abbiamo il potere di formare, noi, assumendo le responsabilità che ci vengono dall’essere madri delle generazioni future, non possiamo rimanere passive. Benché siamo sul piano politico prive di potere, richiamiamo con forza i governi e coloro che questo potere detengono nei nostri differenti paesi ad allontanare il pericolo di una catastrofe che non avrà paragone. In nessuno dei paesi immediatamente coinvolti nella minaccia della guerra le donne hanno il potere diretto di controllare i destini del loro paese. Esse si trovano sul margine di una posizione pressoché insostenibile, vedere le case, le famiglie, i figli soggetti non soltanto al rischio ma alla certezza di un immane disastro che esse non possono in nessun modo allontanare o impedire. Qualunque ne sarà il risultato, il conflitto lascerà l’umanità più povera, segnerà un passo indietro nel progresso della civiltà e costituirà un grande scacco nel graduale miglioramento delle condizioni delle grandi masse e delle persone da cui dipende il reale benessere delle nazioni. Noi donne di ventisei paesi, che ci siamo unite nell’ “International Women’s Suffrage Alliance” con l’obiettivo di ottenere strumenti politici per condividere con gli uomini il potere che determina il destino delle nazioni, ci appelliamo a voi perché non lasciate intentato nessun metodo di conciliazione o di arbitraggio per risolvere le controversie internazionali, nessun metodo che possa aiutarci a prevenire l’annegamento nel sangue di metà del mondo civilizzato. (“Jus Suffragii. Monthly organ of the International Woman Suffrage Alliance”, vol.8, n.13, September, 1914.)

Sono parole del manifesto che, nel luglio del 1914, il movimento politico delle donne – raccolto nella “International Woman Suffrage Alliance” (Nata a Washington nel 1902, dove tenne il suo primo congresso l’”International Woman Suffrage Alliance” – d’ora in avanti IWSA -poneva come discriminante per l’adesione delle diverse associazioni nazionali , il pronunciamento esplicito per il voto alle donne), la più rilevante organizzazione internazionale suffragista – presentò alle ambasciate di tutti i governi presenti a Londra alla vigilia di quell’immane disastro. Come risulta evidente dalla sua lettura, la prima reazione comune fu quella di un’opposizione netta ad un evento valutato, immediatamente, nella sua drammatica portata e interpretato come una rottura della civiltà.

Parole come antimilitarismo, pacifismo non era la prima volta, comunque, che entravano nel vocabolario delle donne. Già dalle guerre di fine secolo, e ancor più allo scoppio del conflitto russo-giapponese, le donne di area socialista avevano alzato la loro voce, avevano espresso il loro dissenso attraverso la stampa e, anche, attraverso manifestazioni in piazza.

Su uno dei tanti giornali femminili d’inizio secolo – “La donna socialista”, diretto da Ines Oddone Bitelli e uscito a Bologna nel 1905 (Del settimanale è stata curata una ristampa anastatica nel 1993 a cura del Club Olympia di Bologna per i tipi della Cappelli editore) – si leggeva:

Noi non ci arrestiamo al primo ostacolo e crediamo nostro dovere invitare le donne a proseguire perseveranti nella propaganda di pace e di fratellanza che è un ideale ben più alto di quello gretto della borghesia per cui i doveri dell’umanità si arrestano ai confini della terra natia e bene spesso alla stretta cerchia della propria classe e dei propri interessi (Sequestro, in “La donna socialista”, a.I, n.14, 21 ottobre 1905).

Pace e fratellanza, due modelli propri dell’agire delle donne che venivano dalla tradizione socialista, erano gli obiettivi da raggiungere e per i quali lottare con forza e attraverso quella pratica e quell’esercizio all’amore che era patrimonio del credo socialista.

Non odiare nessuno, mia buona figliuola, perché solamente l’amore per il proprio simile deve essere nel cuore di una socialista. E poi, pensa che i nostri soldati sono sangue del nostro sangue, sono figli di lavoratori tolti alle loro famiglie, al sostentamento dei loro cari e costretti a isterilire nelle caserme le energie dei bei vent’anni, sotto il pretesto di difendere la patria (M. Casalini, I soldati, in “La donna socialista”, a. I, n.19, 25 novembre 1905. ).

Parole non diverse “La difesa delle lavoratrici” – giornale che aveva tra le sue collaboratrici Anna Kuliscioff, Argentina Altobelli, Maria Goia, Angelica Balabanoff – rivolgeva alle proprie lettrici nel 1914, all’esplodere del primo conflitto mondiale. “Non vogliamo la guerra sterminatrice” era lo slogan dominante; alla guerra doveva contrapporsi il profondo sentimento di umanità delle donne, e da parte delle donne socialiste doveva alzarsi con forza la bandiera della pace.

Donne lavoratrici! Voi che per un più alto senso di umanità, sentite più grande la rivolta contro la guerra sterminatrice, dite che sarete pronte ad ogni appello, ad ogni sacrificio, se il proletariato dovrà opporre la propria forza al volere dei dominanti!

Madri proletarie! Voi che di questa immane sciagura sarete le vittime più doloranti, perché il piombo che può straziare il corpo del figlio, già strazia prima l’anima vostra e vi trascina in una vita che è peggiore della morte, giurate sul capo delle vostre creature che sarete in prima fila per la difesa della loro vita!

Compagne tutte! Accorrete ai comizii, risvegliate le vostre sorelle ancora inconscie, incuorate le timorose, scuotete le rassegante e siate vigili sentinelle della civiltà ad impedire lo scempio!

E parta da questo foglio il saluto alle madri serbe che urlano il loro dolore più santo e più atroce, alle madri austriache colpite da una forza malvagia che forse ancora non sanno.

E salga dalle donne nostre il voto che affratella i lavoratori in una sola fede e in una sola speranza: la fede nel socialismo e la speranza di un giorno sereno in cui il sole risplenda sopra una società di uomini redenti! (Non vogliamo la guerra, in “La difesa delle lavoratrici”, a.III, n.15, 2 agosto 1914.)

Contro la guerra borghese, contro la guerra imperialista, occorreva alzare la voce: la guerra dei re e degli imperatori, del privilegio e della tirannide, non poteva che trovare l’opposizione di quanti non avevano privilegi, di quanti lottavano giorno per giorno per realizzare una società migliore e in pace. La guerra era un castigo per tutti, ma solo il socialismo si andava schierando a difesa dei deboli, di quanti quella guerra erano chiamati a combattere per interessi di altri.

Non vogliamo guerre a nessun costo! Non daremo un soldo, né un soldato. Il proletariato è pronto con tutte le sue forze a impedire questo scempio. Noi ricordiamo in altri tempi che le donne davanti agli uomini svellevano le rotaie e vi si gettavano sopra per impedire che i treni dei soldati partissero. Si trattava dell’Africa allora, ma sarebbe ora cosa diversa? […] Il proletariato ha una fede e una sicurezza: la fede nel socialismo che ha già tessuto le sue file di solidarietà col proletariato di tutti i paesi in pericolo, la sicurezza che i lavoratori non si faranno assassini dei lavoratori per soddisfare gli istinti barbarici di alcuni governanti (Ore di trepidazione, in “La difesa delle lavoratrici”, a.III,n. 15, 2 agosto 1914.).

Alle redattrici del giornale appariva fin da subito chiaro che sarebbero state le donne a vivere con maggior dolore le sofferenze di una nuova guerra, e vedevano solamente negli ideali socialisti parole di speranza e di pace; ideali attorno cui invitavano a stringersi tutte le lettrici e tutte le donne perché

Solo nel socialismo che tende ad affratellare tutti i lavoratori e ad emanciparli dal capitalismo, vi è la sola salvezza dalla barbaria guerresca. Quando tutte le madri avranno allevati i loro figli colla nostra fede nel cuore, non sarà possibile questo travolgimento di coscienze, per cui gli uomini civili, sono diventati ad un tratto dei barbari, per cui i fratelli di ieri che lavoravano accanto fondendo le loro favelle diverse, diventano oggi gli assassini reciproci (Guerra al regno della guerra! I responsabili, in “La difesa delle lavoratrici”, a. III, n.16, 16 agosto 1914).

Parole di pace, ma anche parole di impegno e di lotta, una lotta a cui le donne erano chiamate a intervenire in prima persona e a cui non negarono il loro impegno manifestando contro una guerra “nefanda”, una guerra che strappava gli uomini alle proprie case e ai propri affetti, una guerra che significava fame e lutti, una “sanguinosa follia” che attraversava l’Europa e rompeva quella società solidale e affratellata che si era cercato di organizzare.

Se i nostri figli, i nostri mariti, i nostri fratelli, saranno obbligati a marciare al confine, per offendere in un esercito di altra nazionalità l’amore e il sangue di altre madri proletarie, ebbene: essi ci troveranno là, ritte dinnanzi a loro, ferme dinnanzi le zampe dei loro cavalli, compatta muraglia vivente dinnanzi le macchine dei loro treni in partenza … immobile e mute … ad attendere che essi passino sul nostro corpo (R. Reiteri, Donne, la guerra!.., in “La difesa delle lavoratrici”, a.III, n.16, 16 agosto 1914).

L’atteggiamento delle donne italiane di fronte alla guerra non fu comunque unitario. Se quelle che si riconoscevano nell’area socialista e che si muovevano dal 1912 per dare vita ad una Unione italiana delle donne socialiste – associazione che volevano mantenere nell’alveo del partito con l’obiettivo specifico però di far crescere il proletariato femminile attraverso una politica del lavoro ma anche della definizione di diritti fino ad allora negati come quello del voto e della rappresentanza – non esitarono a porsi contro la guerra e a mantenere salda la loro opposizione per tutta la durata del conflitto, diverso fu l’atteggiamento delle due maggiori associazioni femminili italiane l’Unione femminile italiana e il Consiglio nazionale delle donne italiane, le quali di fronte al precipitare degli eventi chiamarono le donne a sostenere l’impegno bellico della nazione, a non opporvisi con atteggiamenti disfattisti.

L’Unione femminile italiana, nata a Milano nel 1899 (A. Buttafuoco, Solidarietà, emancipazionismo, cooperazione. Dall’Associazione generale delle donne all’Unione femminile nazionale, in L’audacia insolente. La cooperazione femminile 1886-1986, Venezia, Marsilio 1986, pp.79-110.) e concepita inizialmente come organismo di coordinamento delle diverse associazioni lombarde, nel 1905 aveva assunto una dimensione nazionale e raccoglieva attorno a sé donne dell’area democratica, liberale e socialista. Si muoveva principalmente nel campo dell’assistenza e dell’impegno sociale, pur non trascurando le battaglie politiche per il suffragio, contro la prostituzione, e per i diritti delle donne. Accanto ad Ersilia Majno Bronzini, ispiratrice e anima per lungo tempo, lavoravano donne borghesi e giovani proletarie, ma con loro collaboravano anche donne più politicamente segnate come Anna Kuliscioff e Argentina Altobelli.

Questa collaborazione si ruppe al momento dello scoppio della guerra, quando l’Unione scelse di sostenere lo “sforzo bellico” del Paese nella forma di opera di assistenza ai combattenti, alle famiglie dei richiamati, agli orfani, alle donne e agli uomini rimasti disoccupati a causa del conflitto. L’impegno dell’Unione femminile italiana si rivolse poi alla produzione di maschere antigas, lavoro che svolse come commessa assunta dal Comando militare e impegnandovi quasi tutte le socie, così come negli anni successivi si operò nella confezione di maglie di lana, di indumenti militari e di biancheria per i soldati. All’azione assistenziale l’Unione affiancò anche un impegno politico che dallo scoppio della guerra a Caporetto andò svolgendosi su toni sempre più accesi e ostili contro chi condannava la guerra – i socialisti e le socialiste, principalmente, accusati di disfattismo –, avvicinandosi sempre più all’enfasi patriottico-nazionalista. Questa scelta costò all’Unione l’allontanamento della Majno, che rimaneva fedele ai principi dell’emancipazionismo e della solidarietà femminile, ispiratori negli anni di tutta la sua azione, e non accettava la deriva filantropica di maniera che l’associazione aveva assunto e la scelta di far cadere i toni dell’attenzione nei confronti di una politica complessiva sulla condizione femminile e sull’emancipazione.

Nel panorama dell’associazionismo femminile italiano apparve, all’inizio del secolo, il Consiglio nazionale delle donne italiane, collegato all’International Council of Women. Fondatrici furono donne dell’alta borghesia romana che affiancavano a deboli ideali emancipazionisti un forte spirito filantropico-assistenziale (F. Tarricone, L’associazionismo femminile italiano: il Consiglio nazionale delle Donne Italiane, in “Bollettino della Domus Mazziniana”, Pisa, 1971, n.2, pp. 195-215).

Diffusa su tutto il territorio nazionale, l’associazione agì a volte unitamente, a volte in modo nettamente opposto alle altre associazioni femminili italiane (l’Unione, le associazioni cattoliche, quelle socialiste). Così fu al momento dello scoppio del conflitto mondiale quando nell’ottobre del 1914, prima ancora dell’ingresso dell’Italia in guerra, la presidente della Federazione toscana del Cndi inviò alle altre associate una circolare in cui affermava di sentire «il dovere di organizzarsi onde quando disgratiamente la guerra venisse, essere pronte ad offrire alle Autorità un’opera veramente utile». Dunque ancora un’associazione femminile schierata non contro la guerra. Un’associazione di donne che, con molte probabilità, non avrebbero avuto alcun plauso da colei che le pacifiste, di qualunque parte politica assunsero a modello, l’austriaca Bertha Von Suttner.

Bertha Sophia Felicita contessa Kinsky von Chinic und Tettau era nata a Praga il 9 giugno 1843, da una famiglia di nobili tradizioni. Bertha crebbe quindi in un ambiente colto e ricevette un’educazione degna di una nobile (Cfr. B. Hamann, Bertha von Suttner: Ein Leben für den Frieden, München, Zürich, Piper, 1993 (1a ed. 1991)). La morte prematura del padre cambiò completamente il suo destino: giovane donna di trent’anni dovette scegliere se condurre un’esistenza appartata con una rendita modesta o agire diversamente. Bertha scelse di costruirsi il suo futuro e decise di andare a lavorare come educatrice presso la famiglia Von Suttner. Nel 1876 sposò, nonostante l’ostilità della famiglia, Arthur von Suttner. In attesa di poter celebrare le nozze, Bertha accettò l’offerta di un ricco uomo d’affari, che a Parigi cercava una donna colta che conoscesse le lingue straniere e che potesse lavorare come segretaria e che solo in seguito scoprì essere l’inventore della dinamite: Alfred Nobel. Tra i due nacque un rapporto di stima e di amicizia, testimoniato da numerose lettere e rafforzato dal comune interesse per la causa pacifista.

Nonostante il matrimonio, Bertha non rinunciò alla sua scelta di vita e alla sua esigenza di conoscenza; continuò infatti ad approfondire i suoi studi, a scrivere saggi e romanzi e a viaggiare. Fu proprio in occasione di un soggiorno parigino che Bertha entrò nel salotto di Juliette Adam, redattrice della rivista liberale «La Nouvelle Revue» e donna impegnata politicamente. Il salotto di Juliette, frequentato da uomini politici e letterari fece meditare Bertha sulla situazione viennese, dove vi era una carenza di salotti internazionali e variegati come quelli parigini. Il soggiorno nella capitale francese fu per Bertha occasione per frequentare anche la casa del poeta Alphonse Daudet, dove venne in contatto con il movimento pacifista. L’atmosfera aperta e vivace della città rafforzarono nella donna la convinzione che a prevalere non dovesse essere il sentimento nazionale, ma un ideale di cittadinanza universale di tutti gli uomini (Cfr. B. Hamann, Bertha von Suttner, cit., p. 117). Associazioni (maschili) per la pace si erano diffuse già da qualche anno in Europa: a Londra era stata fondata da Hodgson Pratt e a Parigi da Frédéric Passy, in Italia da Ruggero Bonghi, mentre nell’area di lingua tedesca non esisteva alcuna associazione di questo tipo.

L’idea di lavorare per la creazione di un movimento pacifista era già presente negli scritti di Bertha fin dal 1888; in alcuni passaggi del libro Maschinenzeitalter (Il secolo delle macchine) la scrittrice definì la guerra come “massimo della cattiveria” e “negazione dello sviluppo”. Ma fu soprattutto l’opera Die Waffen nieder (Abbasso le armi) a segnare definitivamente l’esistenza di quella che venne da quel movimento definita “Friedensbertha” (Berta della pace). L’opera in due volumi racconta in forma di autobiografia la storia di una nobildonna il cui destino è segnato dalla guerra e lo fa attraverso il racconto non tanto dei singoli avvenimenti, ma di quello delle sofferenze umane che i conflitti armati portano con sé (Ivi, p. 126). La pubblicazione dell’opera venne inizialmente osteggiata e solo nel 1889 si trovò un editore di Lispia disposto a dare alle stampe quello che divenne presto una sorta di “bestseller”, tradotto in diverse lingue.

Accanto all’attività di scrittrice Bertha continuò a mantenere contatti con gli ambienti pacifisti europei ed americani e nel 1891 riuscì nel suo scopo di creare un’associazione austriaca: a Vienna fondò – grazie al cospicuo aiuto finanziario dell’amico Alfred Nobel – la “Österreichische Friedensgesellschaft”, di cui divenne presidentessa e come tale partecipò al congresso della Pace tenutosi a Roma nel novembre dello stesso anno. Nel 1892 fondò il giornale pacifista «Die Waffen Nieder» e ne restò direttrice fino al 1899, anno in cui fu sostituito da «Friedenswarte» (L’Osservatorio della Pace) diretto dall’amico A.H. Fried, a cui Bertha collaborò con articoli e saggi fino alla morte.

Lo scoppio della guerra ispano-americana nel 1898 segnò un primo momento di sconforto nella lotta di Bertha, perché la guerra veniva da quella America che la scrittrice vedeva come la patria del movimento pacifista (là erano infatti sorte negli anni ’80 dell’Ottocento le prime associazioni pacifiste). Nel giornale «Die Waffen Nieder» scrisse infatti che “il mio massimo cruccio è che sia stata proprio quell’America un tempo culla e rifugio del movimento pacifista a scatenare il conflitto”. Al tempo stesso si rese conto che in un momento storico delicato come gli anni di “fine secolo” un qualunque conflitto rischiava di “dare il segnale per lo scoppio di una guerra mondiale, di cui non si vedevano le conseguenze” (Ivi, p. 192).

Nel 1896 morì Alfred Nobel; nel testamento lasciò in donazione una ingente somma al movimento per la pace e un lascito di 35 milioni di corone che sarebbe dovuto servire a creare un fondo per la elargizione ogni anno di cinque premi a chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, si fosse di volta in volta distinto nella realizzazione di opere “per il bene dell’umanità” nella Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura e uno in particolare per chi (uomo o donna e questo lo sottolinea lo stesso Nobel) si fosse impegnato per “la fraternizzazione dell’umanità, la diminuzione degli eserciti e la creazione di congressi della pace”. Queste parole erano chiaramente dirette all’amica Berha von Suttner, la quale fu, nel 1905, la prima donna a ricevere il premio Nobel per la pace. Bertha riceveva il premio in un momento significativo del corso del processo di pace, quando in Europa ancora si erano spenti gli echi della guerra russo-giapponese e della rivoluzione che ne era seguita nell’impero zarista. Il 18 aprile 1906, in occasione della lezione tenuta per il Nobel, Bertha lesse un discorso da cui emerse con evidenza la lucidità con cui la donna interpretava il momento storico contemporaneo e capiva che nonostante l’America rappresentasse la patria della modernità e delle idee nuove, in quegli anni era ancora l’Europa a dover giocare la carta principale: spettava infatti al vecchio continente di scegliere se “diventare uno scenario di rovine e fallimenti o se optare al contrario per un futuro di pace e sicurezza”.

L’Europa scelse la rovina e la distruzione di quel “mondo di ieri” in cui Bertha era nata e che per anni aveva cercato di salvare da quel destino descritto così efficacemente da un altro autore mitteleuropeo:

Ed ecco che il 28 giugno 1914 echeggiò la rivoltellata di Saraievo, la quale in un attimo solo mandò in frantumi, quasi fosse un vaso vuoto di coccio, il mondo della sicurezza e della ragione creatrice, in cui noi avevamo avuto educazione e dimora (S. Zweig, Il mondo di ieri, Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1994 (ed orig. 1946), p. 172.).

Bertha von Suttner morì, quasi non volesse assistere a quella rottura, il 21 giugno 1914, ma non smise mai di lottare fino all’ultimo per la causa pacifista e per questo le donne che negli anni successivi ne raccolsero l’eredità, la riconobbero sempre come modello di speranza e di combattività.
Con l’inizio delle operazioni militari, l’occupazione tedesca del Belgio e della Francia e la dichiarazione di guerra inglese contro la Germania nella maggior parte delle associazioni suffragiste nazionali prevalse il richiamo al sostegno del fronte interno. Ma questa non fu l’unica posizione.

Il 28 aprile 1915 a Le Hague (L’Aja), in Olanda, paese neutrale, s’incontrarono per il Congresso Internazionale delle donne 1187 delegate delle stesse associazioni provenienti da 12 paesi belligeranti e non. L’appuntamento, previsto come il consueto meeting biennale dell’ IWSA, nel corso degli eventi si trasformò nell’atto di nascita di una nuova tendenza nell’ambito del movimento politico delle donne del tempo: il femminismo pacifista.

Il convegno fu preparato da un gruppo ristretto incontratosi ad Amsterdam nel febbraio precedente. La sua organizzazione fu affidata ad Aletta Jacobs, tra le prime donne laureate in medicina e presidente della “Dutch Association for Woman’s Suffrage”, e a Crystal MacMillan (aderente alla “National Union of Women’s Suffrage Societies”), sostenute da un gruppo ristretto che s’impegnò con grande tenacia nella raccolta dei fondi necessari e nel superamento delle innumerevoli difficoltà politiche e logistiche legate alla realizzazione di un incontro internazionale in piena guerra. Il significato di quella straordinaria partecipazione venne riassunto dalle parole di una donna tedesca, Anita Augsburg che assieme ad altre aveva preso le distanze dall’appoggio esplicito alla guerra dato dalla “Bund deutscher Frauenvereine”: “stringersi le mani da sorelle, al di là della guerra delle nazioni” (Lettera all’International Woman Suffrage Alliance, firmata da Anita Augsburg, Lida Heymann, Stora Max, Maria Holma Opertel delle sezioni della Woman Suffrage Society di Amburgo, Norimberga e del Baden-Baden, pubblicata in “Jus Suffragii”, december 1, 1914).

Al momento dello scoppio del conflitto mondiale il movimento femminile tedesco era diviso tra un’ala socialista e una parte cosiddetta “borghese” riunita nel “Bund deutscher Frauenvereine”. Nel 1914 usci’ un quaderno dal titolo Der Krieg und die Frau scritto da Gertrud Bäumer (presidentessa del Bund) la quale affermava il dovere patriottico della donna tedesca di sostenere lo sforzo bellico della nazione in tutti i modi possibili: come moglie, come madre e come donna attiva nella società. Lo scoppio della guerra e ancora di più i mesi che seguirono, portatori di morte e dolore, segnarono tuttavia una divisione profonda all’interno del movimento poiché vi furono numerosi episodi di donne che non aderirono al sostegno patriottico della guerra proclamato dal Bund. Ne sono un esempio la biografia di Anna Pöhland, la quale insieme al marito diede vita a numerose manifestazioni per la pace ((Cfr Der Erste Weltkrieg, Rowohlt, Berlin, pp. 165-202)). Ancora più esemplare l’azione di Anita Augspurg la quale, come affermato, aderi’ alle posizioni espresse dal congresso di Le Hague. Anche in Austria lo scoppio della guerra viene accolto con toni patriottici e Marinane Hainisch (presidentessa del “Bund österreichischer Frauenvereine”) scrive un editoriale sulla rivista dell’associazione in cui afferma che nonostante l’Austria è stata “costretta alla guerra” le donne devono combattere per difendere “l’orgoglio austriaco” («Der Bund. Zentralblatt des Bundes österreichischer Frauenvereine», Hf. 8, Oktober 1914).

Presidente del congresso venne nominata la statunitense Jane Addams, pacifista, emancipazionista e riformatrice sociale, fondatrice della Chicago Hull, uno dei più importanti centri per l’accoglienza e il miglioramento delle condizioni di vita degli immigrati.

Azione per la soluzione pacifica delle controversie internazionali, ricerca di ciò che accomuna i popoli dei differenti paesi, convinti ognuno di stare combattendo per la propria difesa, uguali diritti politici tra uomini e donne furono i punti chiave delle risoluzioni approvate unitamente all’impegno di convocare, immediatamente dopo la fine della guerra, un altro congresso per far sentire la voce delle donne rispetto alle condizioni della pace.

Sarebbero trascorsi molti anni perché ciò avvenisse: il successivo congresso si svolse infatti a Zurigo nel maggio del 1919.

Nel 1918, al termine del conflitto, di nuovo, le donne unite nell’ “International Woman Suffrage Alliance” facevano sentire la loro voce attraverso l’editoriale del numero di dicembre del periodico dell’organizzazione, scritto da Mary Sheepshanks, convinta pacifista e redattrice del giornale fin dal 1913:

Ma almeno il suicidio internazionale organizzato è finito; un sanguinoso capitolo della storia è chiuso; e se i popoli del mondo hanno la volontà e l’intelligenza di affrontare i problemi che stanno loro di fronte, un nuovo migliore capitolo può essere aperto.

In ogni paese le donne hanno svolto la loro parte nel sostenere la politica nazionale e nel provvedere alla loro esistenza sul piano economico. Nel fare questo hanno ottenuto accesso a lavori riservati agli uomini. Ciò ha rappresentato un grande guadagno in termini di esperienza e di possibilità, ma ciò è avvenuto in una posizione politica subordinata. Le donne devono assumere una parte di direzione nella storia del futuro. Il terribile orrore a cui governi egoisti e ….hanno condotto la “civilizzata” Europa (e in cui hanno coinvolto migliaia di “incivili” asiatici e africani nella distruzione generale) deve incentivare le donne a rivendicare la loro piena partecipazione per un mondo migliore. (…) Ci è stato detto che gli affari esteri non riguardano le donne, ma in effetti essi erano trattati non solo come se non appartenessero alle donne, ma come se non appartenessero generalmente agli uomini e fossero affare solo delle corti e delle diplomazie. Tutto questo sta rapidamente cambiando.

La democrazia , la massa delle genti, ha sofferto ed è morta obbedendo ai governi che hanno costruito politiche che (…) hanno prodotto la più devastante guerra della storia; ma avendo pagato questo prezzo, la democrazia ora richiede il controllo sui propri destini (Mary Sheepshanks, Peace, in “The International Woman Suffrage News”, vol.13, n.3. dicembre 1918, p.25).

Ritroviamo in queste parole l’eco del Manifesto pubblicato all’inizio della guerra, cui si aggiunge una diversa sottolineatura della necessità che le donne siano messe in grado di partecipare ai processi decisionali.

Tale diversità sta nel nesso, posto con chiarezza tra donne, democrazia, governo dei propri destini e nell’indicazione di un programma di azione per gli anni a venire. Tale programma comprendeva la richiesta rivolta ai governi della trasparenza delle informazioni e delle politiche, il disarmo, l’insegnamento, in ogni luogo, di un “sound” di internazionalismo e di umanità e l’attenzione al rapporto con altre popolazioni appartenenti a diverse culture che così veniva ulteriormente esplicitato:

Noi ci opponiamo all’avidità mascherata da patriottismo e mettiamo la felicità e il benessere delle masse prima delle ambizioni territoriali ed economiche. Nei paesi sottosviluppati noi siamo per la protezione dei diritti dei nativi (Ivi, p.26).

La tendenza pacifista già presente, come si è visto, nell’ambito della cultura politica dei movimenti delle donne di inizio secolo, si delineò in modo sempre più netto nel periodo tra le due guerre attraverso l’elaborazione di un specifico discorso rispetto al sistema delle relazioni internazionali e ai metodi per la soluzione non violenta delle controversie tra paesi e nazionalità ed assunse un rilievo significativo tra le organizzazioni internazionali delle donne, attive in quegli anni sulla scena pubblica.

In questa prospettiva, il congresso prefigurato a Le Hague, e svoltosi a Zurigo nel maggio del 1919, costituì un punto di svolta di grande rilevanza in quanto nel corso di esso venne formalizzata la nascita della “Women’s International League for Peace and Freedom” (D’ora in avanti WILPF), esito dell’ “International Committee for Permanent Peace” che era stato il prodotto di quel primo appuntamento e che con estrema difficoltà aveva continuato ad operare nel corso della guerra avevano per alleviare le sofferenze della popolazione e accelerare la fine del conflitto.

Consapevolmente minoritarie nei confronti dei governi e della pubblica opinione, le pacifiste scelsero di incontrarsi nella città svizzera contemporaneamente all’inizio della Conferenza di Parigi, per fare sentire la loro voce rispetto alle condizioni della pace.

Di nuovo, due anni dopo, si ritrovarono a Vienna, città che anche nella nuova Repubblica portava i segni della sconfitta dell’antico Impero e viveva assieme agli uomini e alle donne che la popolavano un difficile dopoguerra con tutto il peso delle sanzioni previste dal trattato di pace.

Anche a questi appuntamenti furono presenti delegate di molti paesi europei e non (Sono presenti delegate provenienti dai seguenti paesi: Australia, Austria, Belgio, Bulgaria, Canada, Danimarca,Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Messico, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Svezia, Svizzera, U.S.A, e Uruguay). Tra queste ritroviamo le promotrici dell’incontro di Le Hague: Jane Addams, Aletta Jacobs, Christal MacMillan, Anita Augsburg, (In seguito al congresso di Zurigo la Augspurg fondò, insieme ad altre donne, la sezione tedesca della WILPF, mentre in Austria la sezione austriaca venne fondata dalla scrittrice ed attivista Rosa Mayreder) assieme a molte altre esponenti del movimento suffragista e delle diverse associazioni femminili. Una nuova presenza fu costituita dalle francesi, assenti a Le Hague, in quanto le associazioni suffragiste di quel paese, di fronte all’invasione tedesca, avevano immediatamente aderito all’Union Sacrèe.

In Francia l’associazionismo femminile era stato attivo fin dal 1870, anche se diviso in diverse correnti. La prima forma di unione si ebbe nel 1901 quando un, gruppo di donne appartenenti alla borghesia protestante e filantropica decise di dare vita al “Conseil National des Femmes Françaises”, presieduto da Sarah Monod, con l’idea di sostenere il governo repubblicano e di occuparsi della sorte delle donne e dei bambini nel rispetto della legalità (Per una storia del movimento femminista francese cfr. L.Klejman, F. Rochefort, L’égalité en marche. Le feminisme sous la troisième République; C. Bard, Les Filles de Marinane. Histoire des féminismes 1914-1940, Fayard). Il Consiglio prese fin da subito posizione anche nei confronti del pacifismo: in occasione di una assemblea generale si faceva infatti appello affinché il governo francese ricorresse all’arbitrato per risolvere i conflitti internazionali («Bulletin du Conseil Nationalm des femmes françaises», Assemblée générale, 17 Mai 1903).

Un primo momento di riflessione scaturi’ tuttavia dallo scoppio della guerra russo-giapponese, che venne letta in modo preoccupante dalle donne e in modo particolare in Francia, dove era ancora viva la memoria delle morti e delle sofferenze provocate dal conflitto del 1870. Nel 1905 usci’ il primo numero de «La Paix par les femmes», organo internazionale dell’associazione La Paix et le desarmement par les femmes, organizzazione fondata nel 1899 da Camille Flammarion con lo scopo preciso di fermare le guerre.

Bisogna che i governi e le diplomazie europee si fermino immediatamente e facciano marcia indietro per ritornare sulla strada della civiltà e del diritto. […]Bisogna che questo sia il secolo della pace e non un secolo aperto alle guerre di razze che combattono guerre sanguinose contro altre razze (M. Petitepierre, La guerre Russo-japonaise & la diplomatie européenne, «La Paix par les Femmes», Agosto 1905).

Le donne si volevano unire per impedire di vedere ancora morire mariti e figli e il giornale si pose quindi come strumento di lotta per ottenere l’introduzione dell’arbitrato, la pace e il disarmo.

Noi vogliamo ottenere una pace duratura attraverso la sostituzione progressiva dell’arbitrato alle guerre, che causano da tempo la crescita delle tasse e sono causa di rovina per tutte le nazioni. Se ci affideremo alle donne – poiché è ad esse che è affidata la prima educazione dei bambini e se questi vengono cresciuti nella stima dei grandi valori intellettuali e morali – noi avremo la speranza di poter ottenere nel corso di qualche generazione un reale perfezionamento dell’umanità (A nos lectrice et lecteures, «La Paix par les Femmes», n. 1, Aprile 1905).

Lo scoppio del primo conflitto mondiale segno’ tuttavia una rottura con il pensiero e le azioni precedenti: le principali associazioni femminili si schierarono infatti sul fronte patriottico e aderirono all’Union Sacrée in difesa della Repubblica. Marguerite Durand, pioniera del movimento femminile, fece riapparire «La Fronde» (che era nato nel 1897 e cessato nel 1905) “non per reclamare dei diritti politici ma per aiutare le donne a compiere il loro dovere sociale”. Dal momento poi che le donne non potevano imbracciare le armi si utilizzarono le strutture associative esistenti al servizio della nazione: le donne si riunirono quindi per cucire insieme e si occuparono al contempo dei soldati e delle famiglie dei dispersi. Per lo stesso motivo nel momento in cui le donne si riunirono a Le Hague in congresso per protestare contro la guerra, il “Conseil National des Femmes Françaises” declino’ l’invito, argomentando che approvava l’intenzione generale ma non accettava una pace prematura e rifiutava inoltre un incontro con le donne di paesi nemici.

Da questa posizione presero tuttavia le distanze alcune singole personalità, prima fra tutte Gabrielle Duchêne (Sulla biografia di Gabrille Duchêne si veda il ricco Dossier conservato alla biblioteca Marguerite Durand di Parigi ed in particolare la voce a lei dedicata sul Dictionaire Biographique du mouvement ouvrier français, diretto da Jean Maitron, parte 4, 1914-39 e la terza parte del libro: The politics of dissent: Pacifosm in France 1919-1939, Paris, Clarendon Presse, 1991). Nata da una famiglia benestante, le venne impartita una educazione seria e rispettosa delle regole e dei doveri morali. Per uscire dalla chiusura dell’ambiente familiare Gabrielle si sposò a diciotto anni e cominciò a viaggiare insieme al marito. Lo scoppio dell’affaire Dreyfus segnò la prima seria presa di posizione della Duchêne, la quale cominciò ad interessarsi al problema della giustizia sociale e dello sfruttamento del lavoro a domicilio femminile; dalla vicinanza con questi problemi nacque l’idea di fondare una cooperativa di lingères destinata ad eliminare gli intermediari nelle trattative ed assicurare così un salario adeguato alle donne. Questa esperienza la avvicinò al sindacalismo tanto che nel 1913 le venne affidata la direzione della Sezione del Lavoro del Conseil National des femmes françaises.

Lo scoppio della prima guerra mondiale la colpì profondamente; Gabrielle si occupò del problema della disoccupazione femminile e creò anche degli ateliers per le operaie senza lavoro, ma fu il congresso per la pace di Le Hague a segnare definitivamente il suo passaggio alla lotta per porre termine alla guerra. Gabrielle non potè partecipare direttamente ai lavori del congresso ma, venuta a conoscenza che in quella sede era stato deciso di fondare una Lega per la pace permanente, decise di creare una sezione francese di quella lega, la quale cominciò a tenere le riunioni nell’appartamento parigino di Gabrielle, in rue Fondary. Venne pubblicata una brochure contro la guerra ma il governo ne impedì la diffusione e Gabrielle venne accusata di attacco alla difesa nazionale.

Notiamo intanto che questa è diversa da tutte le guerre precedenti. Non è più una guerra rapida, quando dopo qualche manovra e qualche battaglia, uno degli avversari si dichiarava vinto; questa è una guerra infinita e oscura, guerra di trincea, guerra di immobilità, dove ogni avversario si attacca al terreno e combatte strenuamente, deciso a morire piuttosto che indietreggiare. […] Tale è questa guerra guerra senza soluzione possibile e guerra sterile per l’avvenire. La pace non arriverà da sola: Non bisogna aspettarla come un miracolo; bisogna prepararla come un’opera degli uomini, che giungerà solo con lo sforzo di tutti (Un devoir urgent pour les femmes, Section française du Comité International des femmes pour la Paix permanente, 1915).

Il comitato della rue Fondary non riusci’ tuttavia a divenire il polo d’attrazione del pacifismo femminile francese e a causa della sua posizione pacifista la Duchêne venne espulsa dal “Conseil National des Femmes Françaises”, ma la sua non resto’ una voce isolata. Vi erano infatti donne che fin dall’inizio della guerra avevano mostrato una posizione fermamente pacifista: Louise Samoneau ad esempio fu la sola francese a partecipare alla conferenza internazionale delle donne socialiste a Berna nel marzo 1915. Non mancarono poi alcuni casi esemplari come la biografia di Hélène Brion: istitutrice e militante femminista, dopo l’inizio delle ostilità Hélène fece circolare dei volantini pacifisti; il 17 novembre 1917 venne arrestata per propaganda “disfattista ed antimilitarista” e additata dalla stampa locale come persona “anormale” perchè vestita sempre in modo maschile. Hélène fu giudicata colpevole e condannata a tre anni di prigione con la condizionale (Per la biografia e gli articoli riguardanti Hélène Brion cfr. il Dossier Brion alla biblioteca Mazrguerite Durand di Parigi.).

Al termine del conflitto le donne si resero conto che loro condizione civile e politica non era mutata. I gruppi femministi si riorganizzarono ed accettarono nuove sfide come la cura delle vedove e degli orfani di guerra, mentre ci furono anche esempi di donne, che decisero di dedicare la loro esistenza al conseguimento di una pace internazionale e per quasto si erano organizzate, come già detto, nella “Women’s International League for Peace and Freedom”.

Le finalità della WILPF vennero espresse in modo semplice e sintetico nell’atto costitutivo: “organizzare il sostegno per le risoluzioni approvate al Congresso internazionale delle donne di Le Hague e di Zurigo, nonché ai movimenti per lo sviluppo della pace, dell’internazionalismo e della libertà delle donne.” Suoi membri potevano essere tutte le associazioni nazionali nate in paesi liberi o oppressi od anche promosse da minoranze presenti nei diversi Stati nazionali, che aspiravano al loro pieno riconoscimento.

Successivamente, al congresso di Vienna, queste finalità vennero meglio articolate con l’individuazione di tre obiettivi: “1. la creazione di mutua cooperazione e benevolenza reciproca in cui tutte le guerre saranno impossibili; 2. la realizzazione dell’uguaglianza politica, sociale e morale tra uomini e donne; 3. l’introduzione di questi principi in tutti i sistemi educativi.” (Women’s International League for Peace and Freedom, Report of Third International Congress of Women, Vienna, July 10-17, 1921, p.254)

La riaffermazione dei diritti delle donne si intrecciò dunque, nella “Women International League”, all’elaborazione e all’affermazione di pratiche di pace in quanto connaturate, per usare le parole pronunciate da Jane Addams nel discorso di apertura del congresso di Vienna, all’essenza stessa dell’umanità:

In contrasto con gli insegnamenti pseudoscientifici e del fatto che siamo così vicini alla Grande Guerra con i suoi milioni di morti, noi osiamo affermare che la guerra non è un’attività naturale per l’umanità; che anzi è abnorme, sia dal punto di vista etico, sia dal punto di vista biologico, che larghe masse di uomini debbano combattere contro altre masse (…). Noi dichiariamo che la tendenza naturale dell’umanità è di stabilire relazioni amichevoli con gruppi sempre più larghi e di vivere una vita sempre più elevata e più lunga. (Ivi, p. 2)

Le considerazioni della Addams e l’insieme dell’elaborazione condotta da questa gruppo di donne femministe e pacifiste andavano oltre l’orizzonte, pure diffuso nelle argomentazioni presenti in diversi interventi, del rapporto “naturale” delle donne con la pace legato al loro essere madri, per porsi su un piano più preciso di discorso e azione politica.

Tre ne erano i punti chiave.

Viene, in primo luogo, affermato il dato di principio secondo il quale la guerra è contraria non solo alle donne ma all’intera umanità, dato di principio da cui conseguiva una visione tesa a costruire per uomini e donne una “cittadinanza mondiale”. Si collocava, in questa prospettiva, il rifiuto di ogni forma di razzismo e del concetto di superiorità di un individuo, di un gruppo o di una razza su un altro individuo, un altro gruppo, un’altra razza. La richiesta di uguali diritti per le donne veniva così ad intrecciarsi a quella dell’abolizione di tutte le discriminazioni legate al colore o alla razza.

Noi crediamo che nessun essere umano debba essere privato dell’accesso all’educazione, impedito dal guadagnarsi la vita, escluso rispetto a qualunque attività in cui desideri impegnarsi, o sottoposto a qualsivoglia umiliazione sulla base della razza o del colore. (Women’s International League for Peace and Freedom, Report of the International Congress of Women, Zurich, cit., p.260-61)

Recitava, per citare un solo esempio, una delle risoluzioni finali del Congresso di Zurigo, immediatamente seguita da un’ulteriore risoluzione a titolo “The Jews”, secondo la quale nessuna restrizione dei diritti civili o politici avrebbe dovuto essere perpetrata nei confronti degli ebrei, a causa della loro razza (Ibidem).

In secondo luogo, veniva data grande importanza ai progetti educativi. Si trattava, per questo gruppo di donne, di andare verso forme più alte di civiltà e di creare per usare le loro parole “uno spirito internazionale attraverso l’educazione.”, vale a dire verso quell’essere cittadini del mondo che percorre tutto il pensiero e il programma della WILPF.

La costruzione degli Stati-Nazione aveva portato con sé la storia nazionale come base della formazione del cittadino: a questo erano improntati i libri di testo, le letture, gli exempla. La richiesta delle pacifiste era di uscire da questi confini, di eliminare dai manuali scolastici le affermazioni lesive della dignità di altri popoli, di proporre lo studio delle civiltà, di leggere accanto alle letterature nazionali altre letterature, di promuovere scambi internazionali tra insegnanti e studenti di diversi paesi assieme alla studio delle lingue e per quanto possibile alla creazione di una lingua comune.

Il terzo grande tema era l’azione politica rispetto alle relazioni internazionali.

Esso veniva affrontato sotto tre aspetti: la valutazione e la presa di posizione su quello che stava avvenendo in Europa; la pressione sui governi per il potenziamento degli organismi internazionali e per la presenza delle donne all’interno di questi ultimi; l’approfondimento del problema teorico e pratico dei mezzi per affrontare in termini non violenti le controversie internazionali.

Il giudizio sui processi rivoluzionari, di cambiamento di regime, avvenuti al termine della guerra in molti Stati europei costituì un primo nodo da dipanare rispetto ad un pensiero pacifista ma, al tempo stesso, favorevole a mutamenti volti a portare verso la costituzione di democrazie sociali.

Esemplare, rispetto alla sua complessità, fu il giudizio espresso sulla Rivoluzione d’ottobre in Russia.

Da un lato, infatti, si sottolineò il diritto all’autodeterminazione dei popoli con la richiesta di cessare ogni forma di intervento e di guerra non dichiarata contro gli eventi in corso in quel paese; dall’altro, pur esprimendo favore e partecipazione rispetto ai lavoratori “che si stavano sollevando in ogni parte del mondo per porre fine allo sfruttamento”, tuttavia le “donne presenti al congresso” riaffermarono “la loro fiducia nei metodi pacifici” ritenendo “loro specifico compito (…) dare avvertimenti contro la violenza da ogni parte essa provenisse.” (Women’s International League for Peace e Freedom, Report of the International Congress of Women, Zurich, may 12 to 17, 1919, p.259)

Per quanto attiene alle pressioni sui governi, le richieste furono molto esplicite e nel corso del Congresso vennero telegrafate una serie di risoluzioni ai rappresentanti riuniti nella Conferenza di pace a Parigi (Una delegazione composta da Jane Addams, Charlotte Despard, Gabrielle Duchéne, Rosa Genoni, Clara Ragaz e Christal MacMillan viene poi incaricata di far pervenire in quella sede l’insieme delle decisioni del Congresso). Si chiese di prendere immediati provvedimenti nei confronti della carestia, della pestilenza e della disoccupazione che affliggevano gran parte dell’Europa e dell’Asia. Furono posti in discussione i termini della pace proposti a Versailles. La critica fu molto aspra per la durezza delle condizioni imposte agli sconfitti che avrebbero condannato: “milioni di persone e un’intera generazione nel cuore stesso dell’Europa alla povertà, alla malattia, alla disperazione” (Women’s International League for Peace e Freedom, Report of the International Congress of Women, cit., p.260). Vennero richiamati il rispetto dei 14 punti di Wilson e l’impegno a che la Lega delle Nazioni potesse costituire un efficace strumento di pace e prevenzione delle future guerre. L’ultimo punto riguardò l’inserimento nei trattati di pace di una “Carta delle donne” basata sul riconoscimento che “la naturale relazione tra gli uomini e le donne è quella della interdipendenza e della mutua cooperazione”, per cui “ è offensivo nei confronti della comunità condannare le donne in una posizione di dipendenza, scoraggiare la loro formazione e il loro potenziamento, limitare le loro opportunità.” (Ivi, p. 263)

Infine le culture e le pratiche del pacifismo. Già nei manifesti scritti per fermare la guerra veniva ribadita la necessità di non lasciare inesplorato o intentato qualsiasi mezzo utile alla soluzione pacifica delle controversie internazionali. A Zurigo e soprattutto a Vienna il discorso venne maggiormente articolato attraverso la riflessione sulle azioni e sulle teorie della resistenza passiva e della non-violenza.

La scelta di Vienna per il secondo congresso – una città dove, come disse Yella Hertza, la rappresentante austriaca nell’accogliere le delegate, solo l’ascolto della musica consentiva di superare le asprezze del presente – rappresentò di per sé una scelta importante di pacificazione. Qui venne ribadita la necessità di rivedere i trattati di pace, di abolire le sanzioni comminate alla Germania e si insistette affinché la Lega delle Nazioni usasse la sua autorità per la soluzione delle controversie in corso e, soprattutto, in vista della prossima conferenza sul disarmo, sulla richiesta del disarmo totale.

Tutti questi temi ritornarono nei congressi successivi della WILPF e furono costantemente presenti, in particolare anche nell’IWSA, divenuta, dopo l’ottenimento del suffragio in molti paesi europei e non, l’ “International Women’s Alliance for Suffrage and Equal Citizenship” (D’ora in avanti: IWA).

Per tutti gli anni Venti la speranza della pace rimase e le organizzazioni internazionali delle donne si mossero per renderla operante: l’assegnazione, nel 1931, a Jane Addams del premio Nobel per la pace assunse il valore simbolico del riconoscimento di un impegno individuale e collettivo.

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