Relazione conclusiva del Laboratorio per la raccolta di storie di vita di donne migranti

Relazione conclusiva del Laboratorio per la raccolta di storie di vita di donne migranti di Paola Zappaterra

Progetto “Azioni per l’empowerment di giovani donne di fronte alle scelte di vita e di lavoro”

Introduzione: le ragioni e le finalità di un laboratorio dedicato alla raccolta di storie di vita di donne con percorsi di migrazione

Il laboratorio si inserisce nel contesto del progetto “Azioni per l’empowerment di giovani donne di fronte alle scelte di vita e di lavoro” con la finalità di fornire strumenti ed esperienze utili a sostenere, come scritto nel progetto stesso, percorsi orientativi e formativi non ristretti all’acquisizione di saperi, competenze e capacità specifiche. E’ necessario infatti avere un approccio più ampio, per costruire percorsi più favorevoli ai propri desideri e progetti familiari e personali, e per mettere le giovani donne in grado di costruire da sé questi percorsi, rintracciando il senso individuale e collettivo del proprio sé, del proprio agire e della propria collocazione storica all’interno di un contesto sociale e globale in rapido mutamento, dove, come ricordavamo, l’arte di Comporre una vita (Mary Catherine Bateson) nella discontinuità e frammentarietà può essere una risorsa fondamentale messa in campo dalle donne stesse.

Il progetto presentato inoltre ribadiva come sia necessario “sfuggire da una visione dell’identità culturale come un dato che si può perdere e conquistare; una visione che trasferisce nell’individuo i limiti di un multiculturalismo basato su un’idea di cultura come immutabile, una seconda natura, anziché un costrutto storico-sociale costantemente rivisitato da chi ne partecipa e negoziato in un più ampio contesto sociale. Assumiamo invece l’identità culturale come un processo di ricomposizione individuale, nelle reti di relazione personali e nelle dinamiche politico-sociali, delle diverse matrici di identità, un un gioco tra rappresentazione/ autorappresentazione delle culture di appartenenza. E’ un processo che vede protagoniste le giovani straniere, ma investe anche la popolazione italiana, assumendo talvolta le forme del rifiuto identitario dell’altro. Donne straniere e donne italiane possono e devono essere ugualmente investite nelle azioni di integrazione. La trasmissione intergenerazionale e la relazione tra generazioni di donne nella migrazione ha un ruolo importante in questi processi: lo hanno la memoria e i simboli culturali di cui spesso sono proprio le donne le custodi, come indica una ricca letteratura sulle migrazioni. Trasmissione intergenerazionale e rappresentazione di sé nel tempo lungo sono tuttavia un punto critico anche per i giovani italiani, presso i quali assume ora le forme del conflitto intergenerazionale, ora i tratti della «smemoratezza»”.

Il laboratorio, infine, si inseriva a pieno titolo nella attività complessiva della Associazione Orlando, che fin dalla sua nascita e dalla fondazione del Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne a Bologna, promuove la conoscenza e l’elaborazione della cultura politica delle donne sviluppatesi a partire dalla nascita delle società contemporanee. Si tratta, a nostro parere, di una cultura caratterizzata, nel suo svolgimento storico, da almeno tre elementi:l’affermazione dei diritti individuali della persona e lo sviluppo di forme democratiche di convivenza, l’attenzione allo scambio e alle relazioni tra donne al di là dei confini delle culture e degli stati, la tensione verso riforme sociali capaci di migliorare la convivenza tra gli esseri umani, e quindi di particolare ricchezza in un momento storico in cui alle drammatiche incertezze sul futuro si accompagnano tensioni, crisi, conflitti che spingono verso chiusure identitarie e comunitarie assai rischiose per una pacifica convivenza e la costruzione di un legale sociale solidale e inclusivo.

Si trattava senz’altro di una sfida non trascurabile, perché collocata al crocevia di filoni di azione e ricerca diversi e multiproblematici: la storia di genere, l’esperienza della migrazione e del rapporto fra culture diverse, la trasmissione fra generazioni.

In primis, la storia delle donne, o meglio di genere come «scoperta» o «riscoperta» di una soggettività femminile a lungo sfuggente o negata, con l’uso di uno strumento come la storia di vita, l’autobiografia nella raccolta di testimonianze orali.

Scelta naturalmente non casuale, ma diretta ad un preciso paradigma conoscitivo, che ci sembrava l’unico che potesse indagare la complessità del presente e aiutare a ricollocare la propria esperienza soggettiva e le sue contraddizioni in un contesto più ampio: “l’autobiografia come fonte storica nella ricostruzione della soggettività femminile. Il vissuto come misura di un’identità personale ed epocale, tramite la percezione di sé e dell’esperienza contestualizzata, nella Storia delle donne” (Patrizia Caporossi (a cura di), Biografia e autobiografia nella Storia delle donne, Quaderni dell’Istituto Gramsci Marche, Ancona, 1993, p.5); “la biografia si è posta libera dagli assunti dello storicismo tradizionale e ha reso evidente un campo di intervento, di ricerca: semplice e lineare tanto da disorientare. Un ambiguità che improvvisamente diventa fecondità, mettendo in atto infinite possibilità .E da qui il problema: non è certo facile seguire gli innumerevoli aspetti della vita(…) E’ in crisi il modello interpretativo, unico, globalizzante, dentro al quale tutto veniva inserito, letto e interpretato, offrendo una pretestuosa neutrale versione dei fatti ufficiali. Proprio dal recupero della pluralità dei piani interpretativi che soprattutto la storia sociale ha espresso e la lezione della scuola degli Annales ha indicato, rompendo l’unicità dell’oggettività scientifica, reduce moderno dell’impronta positivistica anche nelle cosiddette scienze umane, si è messa in atto una significativa discussione. Di qui la scoperta di ciò che già c’era e la biografia ha improvvisamente parlato e interrogato gli avvenimenti come per la Storia delle donne e mi riferisco a ciò in quanto questa disciplina ha rotto gli schemi e ha dato corpo a un’esistenza negata quale quella femminile” (Ibidem, p.9-10).

Un’idea di identità aperta alle relazioni, al divenire dei tempo e dei luoghi che non smarrisca il senso della sua collocazione storica e di genere, e quindi possa essere opportunità di progettare nuove traiettorie di vita libere e consapevoli, per noi si colloca nella affermazione della soggettività femminile. Una affermazione anch’essa sempre problematica e mai definitiva, certo non dogmatica, ma con la capacità di raccontare e raccontarsi e restituire senso attraverso le generazioni.

“la storia delle donne come disciplina nasce nel cuore dell’esperienza della soggettività, scesa in campo sia in quanto tratto significativo di una coscienza storicamente esclusa sia in quanto vissuto partecipato del Movimento politico degli anni ’70 e si pone come il luogo ideale della auto/biografia. (…)Si pone subito all’attenzione un problema categoriale sull’individuo-donna o come, opportunamente, sostiene Rossi Doria, sull’”individua” che ponendo quel sé in primo piano, lo dichiara al femminile, sottolineandone la trascuratezza e la cancellazione secolare. (…) Tale dichiarazione impone la presunzione di esserci e di volerci essere con il coraggio di dire, di raccontare e raccontarsi (…) questa legittimazione va presa sul serio, soprattutto dalle donne e da quelle che vogliono conoscersi e incominciare a capire e già nel decidere di scrivere di sé o delle altre, vicine o lontane, nel tempo e nello spazio, azzarda una scommessa, che ha in sé una portata epocale e forse rappresenta l’unica novità significativa del nostro tempo” (Patrizia Caporossi (a cura di), Biografia e autobiografia, cit. p.26).

Tante sono le domande che apre la pratica della storia orale e tutte da tenere presenti:

“Tuttavia il «vissuto» di per sé non esprime nulla se non nel momento in cui soggetti rei muti alla storia prendono la parola per raccontarsi,dicendo l’«indicibile» per eccellenza, cioè affermando la propria identità, rappresentandola e autorappresentandola. Ed è questa autorappresentazione, nelle su diverse modalità, che il più delle volte descrive l’ambiguo prodotto storico che è il «femminile», oscillante tra adeguamento a modelli imposti e percezione di una possibile alterità (…) La storia orale, si dirà, già si interroga su questi aspetti e in particolare tenta di ridare voce a questi soggetti, uomini e donne, che per collocazione sociale ne sono stati provati dalla storiografia tradizionale. Ma, a parte l’ovvia considerazione che le donne non sono per niente assimilabili al «proletariato», al «popolo», ai «senza scrittura» o come altro vogliamo chiamare gli attuali possessori dei documenti che andranno a costituire gli erigendi «archivi sonori» l’esperienza storica delle donne è una esperienza specifica di rapporto col reale che deriva dalla loro oppressione di sesso e dai tentativi individuali o collettivi fatti per sgranare, sfilacciare o superare l’oppressione stessa (…) Ma quale è la memoria di cui le donne sarebbero le custodi? Si tratta di una memoria «sociale» che conserva il ricordo degli elementi e dei fatti significativi del gruppo (famiglia, parentela, vicinato…. società)?In tal caso, quanto di questa memoria è femminile? Non è piuttosto la funzione del ricordare a essere «femminile», nel senso di ruolo di conservazione in generale attribuito storicamente alla donna e di cui questa è ancora una volta portatrice non per sé, ma per il gruppo? O dobbiamo pensare in questo caso – cercando la memoria femminile «allo stato puro» – a sedimentazioni della memoria storica, come se si trattasse della memoria biologica? In tal caso si può avanzare l’ipotesi di una memoria «di genere» che passa soprattutto attraverso la ripetizione di esperienze fisiche (mestruazioni, gravidanza, parto, sessualità)? Sono domande queste che dobbiamo tenere presenti nella ricerca e che di nuovo ci riportano al problema del rapporto delle donne con se stesse come individui, col sociale, con la tradizione e col mutamento. In breve ritorna il problema della definizione del rapporto che le donne hanno avuto col tempo e con la sua scansione e perciò con la storia” (Annarita Buttafuoco, Storiografia femminista; prime riflessioni, in Maria I. Macioti (a cura di ), Oralità e vissuto. L’uso delle storie di vita nelle scienze sociali, Napoli, Liguori, 1986, p. 123).

Una altro sentiero del crocevia attorno a cui si è costruito il laboratorio è quello della riflessione, particolarmente intensa negli ultimi anni, sulla relazione tra la cultura occidentale e quella dei paesi colonizzati con l’apparire dei Subaltern studies che ha investito a fondo anche il dibattito teorico sul femminismo e l’identità di genere, di cui il lavoro di Gayatri Spivak rappresenta forse l’esito più conosciuto. Un esito che pone l’accento sul dolore e la violenza dell’esperienza coloniale e delle donne, ponendo quasi le premesse di una impossibilità e di raccontare e di scrivere una storia condivisa. Ma non avremmo dato vita a questo laboratorio con ragazze italiane e migranti se non condividessimo le parole di Edward Said “le ferite della soggettività che ci è consegnata dagli abissi della storia coloniale ben si prestano a essere suturate dal pharmakon del nazionalismo e del fondamentalismo. Ma possono essere anche (…)la traccia di un’assenza che soltanto un nuovo universalismo, finalmente sgravato dall’ipoteca del dominio coloniale o post-coloniale, può colmare con il “sogno di una cosa”, con la proliferazione di pratiche materiali di liberazione” (Ranajit Guha e Gayatri Chakravorty Spivak, Subaltern Studies. Modernità e (post)colonialismo, Verona, Ombre corte, 2002 p.16.).

Il laboratorio: numeri e svolgimento

La partecipazione al laboratorio prevedeva una frequenza di minino …. ore fra la formazione introduttiva di tipo teorico e il lavoro di interviste, compresa la relativa deregistrazione e rielaborazione. I posti coperti da una borsa di studio e messi a bando sono stati dieci. Il bando era rivolto a giovani donne tra i 18 e i 25 anni, native e migranti, con una buona conoscenza dell’italiano e che non fossero occupate a tempo determinato al momento della domanda.

L’interesse suscitato dal laboratorio è stato molto grande; le domande pervenute sono state 96 e le candidate che si sono presentate alla selezione 84. E’ stato necessario impegnare diversi giorni e costituite più d’una commissione per selezionare le dieci giovani donne ammesse alla frequenza attraverso un colloquio motivazionale. La selezione ha tenuto conto, oltre che del percorso formativo, formale e informale e degli interessi culturali, delle capacità relazionali, della propensione al dialogo con uomini e donne appartenenti a diverse culture, della conoscenza e dei percorsi di riflessione su tematiche di genere e generazionali nonché di eventuali esperienze precedenti nella raccolta di interviste.

Ci preme qui ricordare come il livello complessivo della motivazione, delle competenze e delle capacità relazionali mostrato dalle candidate che si sono presentate ai colloqui è stato davvero alto, rendendo in alcuni casi molto ardua una selezione, che, per ragioni di forza maggiore, ha dovuto escludere donne che avrebbero potuto trarre grande beneficio dal laboratorio.

Il laboratorio si è svolto per la prima parte di lavoro in aula nei mesi di dicembre 2009 e gennaio 2010 con calendario 9, 10,14 , 15, 21 dicembre e 11 gennaio 2010.

Il laboratorio: metodologia, risultati e i materiali prodotti

“Se, per scrivere, ti hanno già spogliata della lingua materna, se il dialetto non ti serve che per soffrire, oh, no, tu non spingerai più gli “you-you” nel cuore della festa o nello scoppio altero del cordoglio.
No, non dirai “noi”, non ti nasconderai, tu donna singola, dietro la “Donna”; non sarai mai, né al principio, né alla fine, “portavoce”, le parole che ti sono straniere non portano lontano, non aspirano all’orizzonte di chi culla col canto”
Assia Djebar

a) Storie di giovani donne di fronte alle scelte di vita e di lavoro

Il taglio del nostro lavoro è comune anche ad altre importanti esperienze di archivi di donne e di storia orale attivi in Europa, come l’Aletta Institute for women’s history, che da molti anni lavora sulla memoria del movimento delle donne in Europa e sulla relazione con donne provenienti da altri continenti, con particolare attenzione all’Indonesia a causa del passato coloniale olandese, o ad esempio il progetto Oral History of the black Women’s Movement dei Black Cultural Arvchives in Uk, in cui “15 volunteers have been trained in oral history interviewing techniques, transcription and sound editing” svolgendo poi le interviste. Perciò abbiamo scelto di attivare un modello di formazione condivisa e partecipata, in cui particolare attenzione è stata data alla formazione del gruppo e alla discussione mentre venivano forniti gli strumenti tecnico teorici perché le partecipanti potessero farsi parte attiva in una ricerca che le vedeva anche come primi “oggetti” dell’indagine. Prima di passare alla raccolta di testimonianze di donne di altre generazioni e altre culture con esperienze di migrazione, infatti, il laboratorio prevedeva che come prima “esercitazione pratica” le ragazze si intervistassero reciprocamente a coppie. Da questa attività è scaturito un materiale di enorme interesse che ci è impossibile sintetizzare, ma di cui abbiamo cercato di restituire la ricchezza attraverso questa resa per blocchi tematici, che ricalcano la griglia, predisposta per la raccolta delle interviste (uno dei passaggi chiave della formazione teorica) che abbiamo insieme voluto molto libera e flessibile ma ancorata ad alcuni ambiti precisi. Non si tratta qui naturalmente di trarre delle impossibili “conclusioni” di ordine sociologico o storico sulle vite di queste giovani donne, ma di mostrare come gli strumenti forniti dal laboratorio abbiano prodotto una riflessione autentica sul sé, sull’altra e sulle proprie scelte di vita e arricchito considerevolmente sia le partecipanti che noi che lo abbiamo pensato e condotto (Ricordiamo che trattandosi di materiali che possono contenere dati sensibili, di tutte le interviste raccolte possediamo l’autorizzazione all’utilizzo per gli scopi inerenti il progetto e le attività di ricerca; comunque delle persone intervistate non viene mai citato il nome per esteso) .

Viaggio/Passaggio/cambiamento di luoghi, culture, ma anche di crescita personale. Giovani donne che trovano nello sradicamento, più o meno desiderato, definitivo o temporaneo, spazi di crescita, di autonomia personale, tempi e occasioni per immaginare il proprio futuro, mettere a fuoco i propri desideri e progetti:

“[sono] la stessa! [ma] Mi sento di essere cambiata (…) nel modo di vedere la vita. Perché lì ci sono sempre i genitori. Loro non hanno un’indipendenza. Loro dipendono sempre dai genitori. Non sono responsabili” Coralie

“per me andare in Marocco è sempre un viaggio… non so come spiegarti… in viaggio dentro, nel senso che io ho sempre vissuto questa cosa della doppia identità … che non ho mai saputo esattamente da che parte stare, nella mia vita comunque sono sempre andata a periodi, è un po’ brutto da dire lo so ma… (…) quando sono qui penso al Marocco come al tornare a casa, quando sono in Marocco penso all’Italia come al tornare a casa (…) non mi sento nessuna dei due, tutte e die e nessuna delle due” Selma

“anche all’areoporto per lasciare i miei, ho pianto tanto e mia mamma ha detto che dovevo partire perché c’è un momento della vita in cui ciascuno deve prendere la sua strada”Pamela
“qua sono cresciuta un sacco. Sai sono arrivata qui a 20anni appena, senza la famiglia ed ero ingenua. Le difficoltà passate mi hanno fatto crescere tanto perciò non rimpiangerò mai di essere venuta in Italia” Nelly, intervistata da Pamela

La solitudine

“sono venuta da sola, ho preso il treno da sola. Sono arrivata qui ed era una giornata uggiosa… c’era un vento, era freddissimo e non avevo nessuno che mi aspettasse” Eliana

Lingue madri

“[del padre italiano ma cresciuto in Tanzania]quando vuole scherzare ad esempio quando siamo a tavola… o quando gli dico… mi aiuti ad apparecchiare lui incomincia a parlare il swahili…e mi prende in giro… cioè è un po’ un gioco e… e.. io… è un nostro gioco in realtà … lo scimmiotto cioè faccio finta di parlare… io… io.. so due parole in swahili e lui ride e ci prendiamo in giro ma lui in effetti mi parla in swahili e poi lui… anche ad esempio quando telefona suo fratello o mio cugino che vivono a Dar Assalam… lui parla swahili” Federica

“(…) ho delle amiche a Parigi, ci sentiamo regolarmente, ci vediamo… ogni volta che vado a Parigi… ma soprattutto quando parlo con loro… è come quando tu… non so, è come se tu fossi sempre sotto un cielo nuvoloso e tac si apre il cielo e finalmente c’è qualcuno che capisce quello che stai dicendo, a prescindere dalla lingua, che quella la parlo piuttosto bene… non è una questione di lingua, tu mi chiedevi: “La lingua è stata un ostacolo?” quello che è di ostacolo fra le persone non è mai la lingua, la lingua si impara, è il linguaggio… cioè, la capacità di capire la cultura dell’altro..” Sylvie intervistata da Federica

Generazioni

“[mia madre] mi rapporto molto a lei come donna … e per certe cose mi ci ritrovo… e questo spesso è difficile da ammettere… che probabilmente sono anche… sono anche più simile di quanto io voglia ammettere a mia madre” Federica

“Mi sento diversa dalla generazione della mia mamma nella maniera di vestirsi, dei fisico. Con la generazione della mamma mi sento diversa perché loro bisognava coprirsi, non si potevano mettere minigonne, le tette fuori, anche così mi sento diversa. Anche con l’educazione,mi spiego: a casa mia i miei amici amano la mia mamma perché è troppo aperta, rilassata con tutti. Lei ha sviluppato con noi questa maniera di parlare. Con mia mamma parlo come se fosse un’amica mia. Nella sua generazione non era così, quando la sua mamma parlava lei doveva dire di sì, non aveva il diritto di dire no (…) Adesso con la mia mamma parlo. Dico che sono stressata, lei è anche la mia migliore amica, le racconto tutto. Non c’era questo dialogo nella sua generazione. Mi sento diversa anche con il fidanzamento, diciamo così. Nella sua generazione non si poteva avere scelta per il marito, a una certa età dovevi essere sposata, ora non è così. Io mi voglio sposare fra tre anni, ma è volere mio. (…) ora non è più così, la mamma ci dice che “mia figlia deve essere intellettuale, deve andare a scuola”(…) mia mamma dice che la donna deve andare a scuola perché così l’uomo non ti parla male e ti rispetta. Quindi mia mamma ha questo bagaglio intellettuale nella testa. Anche con il fidanzato non è come nella generazione della mamma dove la donna non aveva il diritti di parlare o andare contro al marito. Io con il mio fidanzato dico no, abbiamo il dialogo. Ai tempi di mia mamma, il marito era il capo, informava la mamma ma non chiedeva il suo parere. Oggi tutti studiamo, se sono stanca il mio fidanzato cucina e fa le pulizie, alla generazione della mamma non era così. Anche se andava a scuola doveva cucinare anche se stanca. Anche se il marito è stato tutto il giorno in casa, tu quando tornavi a casa dovevi cucinare. Era tuo dovere. Anche per me è un dovere cucinare per mio marito, però i tempi sono cambiati. Perché anche i nuovi mariti non pensando come quelli delle generazioni precedenti,loro vedono da soli, se sei stanca fanno le cose, sono più comprensivi, c’è più dialogo con i figli, c’è apertura di spirito” Pamela

“[rispetto alle donne di altre generazioni]direi che mi sento diversa nel senso che, venendo in Europa ho visto delle cose che mi fanno pensare diversamente; posso anche dire che penso di essere come le donne di altre generazioni ma in meglio perché adesso il mondo non è più lo stesso, adesso sono rispettati i diritti della donna, io posso discutere con mio marito ed avere una parte nella decisione ma penso comunque che siamo tutte simili perché abbiamo ricevuto la stessa educazione e perché abbiamo la stessa cultura” Chantal intervistata da Pamela

Famiglie, madri, nonne

“mia madre ha dovuto lottare molto per sposarsi con mio papà… perché… mio nonno era abbastanza… cioè mio nonno era praticante… cattolico che andava tutti i giorni, cioè tutte le domeniche in Chiesa(…) quindi è stata un po ‘una lotta diciamo… ha sempre fatto per conto suo le sue scelte, non ha voluto ascoltare gli altri, perché magari… cioè sua madre e suo padre le dicevano di lasciarlo stare mio padre, no? Perché mio padre era un po’ color cioccolatino, cioè, nel senso che si capiva subito che era straniero… “ Linda

Tradizioni/legami/identità/globalizzazione

Appartenenze/religione

“io voglio rimanere per migliorare le cose qui… non mi va di andare via..ad esempio questo è un grosso litigio che viene fuori con uno dei miei più cari amici che li proprio si è trasferito a Londra perché lui ha detto “basta io detesto l’Italia perché… quello che voglio fare non lo posso fare qui”(…)e quindi grosse discussioni con lui per il fatto che lui non capisce mi dice “ma sì ma… ma l’Italia cosa vuoi migliorare tu? Ma cosa vuoi fare? Però io ci credo al fatto di rimboccarsi le maniche poi so che ovvio non risolleverò le sorti del paese…”Federica

“Io ero orgogliosa di andare in Giordania e di sentire proprio che anche le persone erano molto più legate alle tradizioni… alle… insomma ai costumi e agli usi del proprio paese. (…) con la storia della globalizzazione si vogliono tutti amalgamare e fare tutt’uno” Linda

“… perché è sempre una scelta personale nel senso che ognuno è praticante e sceglie… di seguire quello in cui crede e bisogna farlo… il velo è proprio una scelta di fede e di coraggio, soprattutto se sei in un paese che non è islamico(…) insomma io ritengo che la mia decisione sia stata un po’ coraggiosa e un po’ anche… l’ho voluto io, proprio ho voluto fare… fare questa forza, far uscire questa forza da dentro di me per prendere il coraggio di mettermi il velo (…) io mi rendevo conto che ero in una società un po’… razzista, tra virgolette, che poi magari seguiva troppo glistereotipi, i pregiudizi no? Allora dicevo:” cavolo, Linda, cosa vuoi essere tu?” e ho deciso, “basta, Linda” cioè non potevo… “potresti morire domani e non ti sei messa il velo” allora ho detto io mi voglio mettere il velo, voglio essere Linda con il velo, voglio essere una donna musulmana” Linda

“cioè da quando mi sono messa il velo, tipo anche quando vado a lavorare, non mi chiedono più… “ma quale è il tuo film preferito Quale è il tuo colore preferito? Che libro stai leggendo? No, a me fanno soltanto domande su di me, su… sul cerchiolino che porto in testa” Linda

“la mia religione per me è tutto! Infatti quando mi fanno la domanda sei più marocchina o più italiana la reputo una domanda assurdamente stupida… infatti la risposta che do spesso e volentieri e che molti non riescono a capire è sono musulmana… nel senso che chiedermi se son di qua o di là no!”Meriem

“…guarda ho vissuto anch’io il problema della doppia identità ho avuto una crisi forte l’ho vissuto tantissimo, al che quando mi facevano questa domanda [ti senti più italiana o marocchina] era da strapparsi i capelli! Poi ho partecipato a diversi incontri e a uno di questi incontri una ragazza cinese disse una cosa che per me era bellissima, disse: “guardate che noi siamo come un mosaico, l’identità di per sé non ha un senso di nazionalità (…)identità è il tuo bagaglio culturale, è il tuo bagaglio di conoscenza, identità sono tante cose messe insieme che fanno di te quella persona che sei, identità sono tante cose messe insieme che fanno di te quello che sei, io sono un mosaico, sono Meriem Finti, punto.” Meriem

“(…) dopo l’11 settembre, la caduta delle torri ha creato questo senso di terrore nei confronti di una realtà che fondamentalmente prima non si conosceva, in quanto l’Islam prima della caduta delle torri non si sapeva neanche cosa fosse nelle case non musulmane e io a scuola avevo cominciato a portare l’hijab poco dopo la caduta delle due torri e a scuola mi ricordo che mi dicevano “terrorista! Terrorista!” ma terrorista a chi? Cioè io ho pianto quanto hai pianto tu quando sono cadute le torri.. questo episodio mi ha turbato tantissimo tornavo a casa addirittura tutti i giorni piangendo e da quel giorno mi sono rifugiata completamente nella mia religione, quando ero un po’ più piccolina mi vergognavo addirittura a dire sono marocchina o sono musulmana (…) dopo l’11 settembre ho preso la situazione in mano,dopo tanti pianti, adesso posso dire a testa alta di essere fiera di essere musulmana” Meriem

“quando vado all’estero o torno in Marocco io sento sempre la mancanza di Bologna quindi mi sento sia italiana che marocchina a volte, a seconda dei contesti, risalta più la parte italiana o la parte marocchina” Loubna

“[l’Italia]è la mia vita, è come se dicessi ad un cane ti piace essere un cane, nel senso che è la tua vita sei nato un cane quindi devi vivere da cane e quindi io sto bene in Italia anche perché sono vissuta in Italia e in più mi piace viaggiare ma non perché non mi piace l’Italia ma perché mi piace scoprire il mondo, tutto qui” Azeb

“Il mio paese d’origine per me è tutta la mia storia tutta la mia infanzia tutto il mio tesoro è lì che sono nata è lì che vorrei morire” Chantal intervistata da Pamela

Straniera

“improvvisamente sono diventata tra virgolette straniera. “No, ma parli italiano” “Eh, sì, ma voi, noi”… cioè noi, voi chi? (…) vedevo la gente che mi vedeva con il velo e si meravigliava che io parlassi bene italiano, che io avessi gli occhi verdi(…) stranamente prima quando non avevo il velo nessuno mi diceva “ma tu sei italiana?”Linda

“[avere la cittadinanza]sì ti aiuta a non sentirti diversa …. cioè non so per vivere meglio, perché se ti chiamano sempre straniera… va beh, io sono fiera di essere straniera e sono fiera di essere marocchina, perché non è che cambia la mia origine o che, però quando qualcuno sente che ho la cittadinanza diventano felici per me e non so perché” Amal

Perle/corpi/ libertà

“…faccio sempre l’esempio della perla. Cioè la perla è bellissima, la perla, no? Tutta luccicante, tonda, perfetta… e la donna è così. La donna è preziosa, la donna va preservata, va protetta… e secondo me la donna è come la perla, no?la perla dov’è?La perla sta sotto, cioè sta dentro al mollusco e il mollusco è protetto a sua volta dalla conchiglia, no? E dove sta? Sta in fondo al mare… nascosta dentro, in mezzo alle rocce, sotto alla sabbia… la donna è così… il valore che poi è legato al velo è così, nel senso che la donna è da preservare, da… deve mantenere la sua purezza fino al matrimonio, è da proteggere perché è un dono di dio(…) da quando mi sono messa il velo mi sento molto più a mio agio, molto… mi sento molto meglio… cioè mi sento protetta, mi sento… come se avessi messo un’aura di protezione attorno a me” Linda.

“…il fatto è che appunto secondo me siamo in una società che mercifica il corpo della donna in una maniera…(…) lo trovo senza senso il fatto che poi alcuni mi vengono a dire che io non sono libera… certo, dico, sei libera te che fai vedere le tette a tutti (…)qui, in Italia, ma poi più in generale nella società occidentale… non è affatto, il poter essere svestite non è affatto una libertà(…) cioè per loro è segno di libertà… io sono libera, io sono indipendente dall’uomo e invece… cioè, invece non guardano la cosa dall’altro lato, che invece sono loro le schiave del… sono loro le sottomesse a questa cosa qua, non siamo noi le sottomesse…”Linda

Amici

“(…) anche la comunità camerunense mi diceva sempre: non ti devi fidare degli italiani, perché un giorno sarai delusa. Però un giorno ho conosciuto due ragazze della mia scuola, perché neanche a scuola era facile, quando ti siedi nessuno viene a sedersi vicino a te, c’era la linea vuota accanto, sei sola. Ma c’erano queste due ragazze italiane che si sono avvicinate a noi, noi eravamo in cinque del Camerun a fare medicina e queste ragazze erano molto gentili,non avevo mai visto questo, neanche con le mie coinquiline, mai. Anche quando porti in panino e fai a metà, accettano e ti dicono: “Che buono! Ne porti un altro domani?”. Abbiamo fatto anche una cena. Quando non vengo a lezione mi chiamano per chiedermi se sto bene. Quindi sono un’eccezione. Abbiamo fatto una cena noi cinque del Camerun con queste due ragazze, con cibi africani. Ed è stata la prima volta che le mie coinquiline hanno accettato di assaggiare qualcosa che ho cucinato io, solo perché c’erano altre due italiane. Hanno trovato tutto buonissimo ma non avevano mai voluto assaggiare” Pamela

I soldi cadono dal cielo

“I mie desideri per il futuro: voglio essere medico, tornare in Camerun, sposarmi tra tre anni al massimo. Ho un ragazzo in Belgio, è un po’ più grande di me. Pensiamo di tornare in Camerun perché lì hanno bisogno di me, e anche la vita è più semplice, è più bello. Non è che a casa mia non ci sono problemi, no, ci sono grossi problemi. Soprattutto per noi che veniamo dall’estero, perché quando vai all’estero lì pensano che ci sono i soldi che cadono dal cielo, si aspettano molto da te. Per questo molti camerunensi non tornano a casa spesso, per tornare a casa non paghi solo il biglietto ma devi portare i regali per tutti. Sennò dicono che sei egoista, che non sei gentile. La famiglia in Camerun è numerosa, ogni zia ha almeno quattro figli. Io sarei potuta tornare anche questo dicembre, ma devi pensare anche ai regali, però c’è sempre qualcuno che esagera proprio: anche se porti un profumo, non va bene. Qualcuno è contento, altri pensano che il regalo è piccolo” Pamela

b)Le storie delle “altre”

Anche i materiali raccolti durante la parte del laboratorio dedicata alla raccolta di interviste di altre donne da parte delle ragazze che lo hanno frequentato ha prodotto materiali di straordinario interesse. E’ anche importante ricordare come il laboratorio abbia scelto di affiancare alla raccolta di racconti di donne arrivate in Italia da altri paesi per motivi di studio e di lavoro anche quella di storie di vita di donne che, viceversa, sono partite dall’Italia per emigrare negli anni sessanta-settanta. Allo stesso tempo sono state raccolte voci di donne di generazioni diverse, della propria famiglia o comunità di appartenenza così come di donne incontrare in altri contesti, di lavoro o di studio.

Sempre nell’impossibilità di sintetizzarli, e, ovviamente, di pubblicarli integralmente, abbiamo scelto come esempio brani di storie di vita di due donne molto diverse far loro: Rahma, che viene dal Marocco, ed è arrivata in Italia già adulta per motivi economici seguendo la famiglia che si è stabilita pressoché interamente nel nostro paese, e Sylvie, che è nata e cresciuta in Francia da una famiglia ebrea per parte di padre, profondamente segnata dalla Shoah, e che arriva in Italia giovanissima per fuggire da una situazione familiare dolorosissima e difficile. Due esperienze generazionali, di viaggio, sradicamento e spostamento radicalmente diverse, che ci parlano però entrambe di noi e di aspetti diversi dello spostarsi, dello stare, della relazione con l’altro e del vivere il proprio essere donna.
Storia di Rahma

“Il mio rapporto con l’Italia è buono. Il paese dove mangi il pane diventa il tuo paese. Amo Bologna, questo è tutto. Mi ha dato tanto e mi ritengo fortunata di essere venuta qui” Rahma intervistata da Loubna

“[in Marocco] ho avuto tanti problemi… sono rimasta sola con i figli, lavoravo qua e là come lavandaia o come cuoca in casa della gente ricca. Il mio ex marito mi ha dato solo sei mesi di alimenti e poi più niente. Mi ha lasciata incinta di tua madre. E sono rimasta così a lavorare, ad arrangiarmi finché non ho fatto crescere i miei figli. Tuo zio aveva 5 anni, tua zia 7 e tua mamma me l’ha lasciata in grembo. Avevo veramente tanti problemi, e sai come funziona. Soprattutto in quegli anni una donna per sopravvivere e non essere calpestata doveva fare la parte pure dell’uomo, dimostrare sempre quello che valeva (…) [In Italia]mi ha portato mio figlio. Ho lasciato le mie due figlie giù in Marocco, Tua madre era già sposata, stava con tuo padre e tu eri nata da poco. Tua zia stava a casa da sola. [vivevamo] un po’ dove capitava. Tuo zio e tuo padre stavano con dei ragazzi marocchini in una casa abbandonata in mezzo alla campagna. Io sono stata lì con loro fino a quando non siete arrivate tu, la tua mamma e le tue sorelle. Non c’era il riscaldamento ovviamente. Avevamo un camino e usavamo delle candele per illuminare le stanze. Abbiamo patito il freddo, l’isolamento e tante altre cose (…) il destino non ha voluto che lavorassi, non ho mai imparato la lingua… cucinavo e mi prendevo cura di voi,basta. Ho vissuto bene così. Ho fatto il possibile per rendermi utile. Facevo il pane, cucinavo sul fuoco a legna, lavavo i panni sporchi di tutti nella casa, facevo le pulizie. Vi andavo a prendere a scuola. Ma queste cose non devono essere raccontate…

L. Sì nonna. Questa è una storia di vita e deve essere raccontata perché on c’è nulla da vergognarsi, anzi

R.- Siamo arrivati, abbiamo sofferto. Non avevamo casa e piano piano siamo riusciti a migliorare la nostra situazione. Siamo stati fortunati. Tu e i tuoi fratelli siete cresciuti sani e forti, avete studiato e potete camminare a testa alta (…) Mia madre era una buona donna, aiutava il prossimo, se la gente rimaneva con la macchina in panne li invitava a casa e li ospitava, dava da mangiare ai poveri, e le ragazze che avevano dei problemi con i mariti o con le suocere venivano da lei e lei dava loro dei consigli per salvaguardare il loro futuro e la serenità della loro famiglia. Anche io sono simile a lei, non sopporto le ingiustizie, le sopraffazioni, rimango male. Mia madre mi diceva sempre di prendermi cura dei figli degli altri cosicché anche gli altri si sarebbero presi cura dei miei. Anche mio padre era così, amava il prossimo e tutta la gente gli voleva bene e lo rispettava. La generazione di adesso è una generazione di testardi, non ascoltano i genitori, sono egoisti, individualisti. Sono duri, senza pietà. Ora hanno tutto, pensano solo a se stessi e alle cose materiali.

“Mi piace stare a Bologna e rappresentare bene il mio paese. Perché anche se sto bene qua io resto brasiliana al 100%! (…) io qui porto ai bolognesi quello che non hanno proprio: un bel sorriso! (…) se da una parte loro dicono: “ Qui a Bologna si mangia bene, si sta bene” allora io rispondo “No, è Bologna che sta bene con me, perché dove la trovano una persona solare come me, che non le fa schifo niente, che si prende cura degli ammalati. Allora è Bologna che ci ha guadagnato con me. Hai capito? Io porto il sorriso, una cosa che loro non hanno proprio. La pancia piena e la tristezza addosso. Allora mi piace fare anche questo confronto con loro, dare loro qualcosa che non si compra al supermarket, che non si prepara con la pasta sfoglia (…) è una cosa che mi fa grande onore essere la brasiliana, perché è molto difficile stare con la vecchietta che sta morendo senza i suoi parenti attorno” Sonia intervistata da Loubna

Storia di Sylvie

“il viaggio più interessante non è stato i viaggio in Italia, ma è stato il viaggio dentro me stessa… sì, la grande vittoria è che ho imparato ad amarmi, quello sì… che se fossi rimasta dai miei… mi sarei suicidata sicuramente (…) l’allontanarmi mi ha permesso di sopravvivere e di imparare ad apprezzare tutto quello che non era apprezzato prima(…) sono nata da una famiglia profondamente distrutta dalla guerra, credo che la prima generazione non distrutta dalla guerra si la vostra, cioè la tua e quella dei miei figli, io sono nata in una famiglia che aveva conosciuto,alcuni di loro, due, la prima guerra mondiale e gli altri la seconda guerra mondiale e… sono persone che… avendo visto la guerra, avendo vissuto delle atrocità che non possono essere normali… il guaio è che poi ti trasmettono questa non-normalità…(…) io penso che ci siano due modi di reagire alla morte, puoi reagire con l’odio, quindi vedi odio e perpetui odio, oppure reagisci con l’amore, vedi odio e più vedi odio più produci e amore e più cerchi di trasmettere amore… su dà il caso che la mia famiglia ha visto molto odio e ha perpetuato questo odio. Io sono cresciuta in una famiglia in cui la regola numero uno era odio e violenza… allora loro hanno scelto… scelto, in modo conscio e inconscio, di continuare questa violenza e questo odio, io ne ho sofferto tanto che mi sono sempre detta: “io farò il contrario, io farò il contrario” e per fare il contrario avevo bisogno di allontanarmi da loro. Se no diventavo morta, o come loro (…)quando le persone vedono tanto atrocità restano… restano comunque scioccate e i loro valori, i loro metri sono completamente falsati; io sono stata cresciuta dai miei nonni, non dai miei genitori… e sono stata cresciuta a suon di racconti delle trincee, dei morti ammazzati, dei tedeschi cattivi,dei racconti dell’occupazione, prima e seconda (…) basta pensare che nelle famiglia paterna di mia nonna erano 11 figli sono sopravvissuti soltanto in tre e tutti gli altri sono stati tutti massacrati dai tedeschi [perché ebrei] e quindi quelli che sono sopravvissuti… sono tutti impazziti, chi più chi meno… è la generazione dell’orrore (…) che Prima di tutto quando si fugge… si pensa di fuggire da se stessi e questo non accade mai, perché tu devi sempre considerare, anche quando tu intervisterai altre persone… devi sempre tenere conto, non tanto da che paese a che paese si sposta, ma se parte per costruire o parte per fuggire, se la sua partenza è una scelta o una conseguenza… sta fuggendo dai pazzi squinternati come me, oppure da una situazione di guerra oppure… qualunque altra forma di dolore talmente grande al punto di abbandonare il proprio paese. Quello che tu devi guardare, secondo me, non è tanto sei arrivata qua, come ti trovi, ma quanto ti è costato partire da lì, perché sei partito da lì, quale doloro insopportabile ha fatto sì che tu ti allontanassi dal posto dove vivi ancora nel tuo cuore”

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